Pagine di diario

La prima esperienza

Vivere tra la gente del Malawi: la gioia dei poveri.
Prima di partire tante le raccomandazioni, le esperienze riferite.
Molte le paure che ti ventilano, le più di chi è già stato in luoghi d’Africa, sensazioni che ha conservato e riferisce per allertarti: ti guardano, ti osservano, leggerai  diffidenza nei loro sguardi…
Mi pare non sia proprio cosi’ !
Non mettendo in dubbio la buona fede di chi, purtroppo, è tornato un po’ impaurito, penso che l’atteggiamento della gente del Malawi, nei confronti dei bianchi, cambi se si è in una missione.

Il missionario è il biglietto di presentazione; tutto cambia, tutto è diverso: gentilezza, rispetto, disponibilità, sorrisi e tanta buona curiosità E’ ciò che lui ha seminato che ti permette di addentrarti serenamente tra la gente, di trovare cordiale accoglienza e, pian piano, i timori che ti sono stati presentati svaniscono e ti senti libera e sicura  di dialogare con loro, di addentrarti nei loro villaggi, entrare nelle capanne, conoscere la semplicità dei loro desideri: la gioia dei poveri.
Se non si conosce il cicewa o l’inglese il problema c’è, ma non insormontabile; i gesti, gli oggetti, qualche isolata parola in inglese  ti permette di socializzare e poi via…

Il paesaggio in gennaio è verdeggiante, tenero.

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Le prime piogge donano gracili distese di granturco, alberi ricchi di fiori; le strade sterrate, rosse, di terra battuta, si delineano tra arbusti, cespugli, tratti di verde erba, fusti di acacia, ebano, acero.
Scorrendo lungo i sentieri s‘ intravedono gruppi di capanne circolari piccole, molto piccole, di paglia e mattoni rossi cotti poco lontano, in modo rudimentale,  in forni realizzati sempre  con mattoni rossi.
Capanne povere, più povere di quanto si possa immaginare.
Niente acqua, niente luce elettrica, un pozzo a circa un chilometro di distanza è l’unica risorsa idrica o, se  si è fortunati,  il ruscello.
Tutto è rosso come la loro terra, anche i bambini che muovono i primi passi o vanno carponi e indossano camicine  lerce, di misura più grande di loro, quasi a coprire le ginocchia.
Fuori la capanna un mucchietto di legna racchiuso da mattoncini  e sopra una pentola malridotta, nera, per la cottura del mais o,  nel miglior dei casi, del riso.

Nei villaggi intorno, fazzoletti di campo seminati a granturco e, poco distante, qualche gallinella, qualche capretta al guinzaglio, con un laccio lungo due o tre metri, assicurato ad un paletto fissato nel terreno, che impedisce loro di invadere il minuscolo campo  dove comincia a spuntare la tenera pianticella di granturco che garantisce la sopravvivenza .
Il resto: nulla.
Tra i villaggi sparsi, alcuni formati di non più di cinque o sei famiglie, si erige una piccola chiesetta, bianca.
Una piccola Croce spunta al di sopra del tetto realizzato in lamiera, materiale poco costoso che non richiede grandi calcoli di carpenteria.
In chiesa un nudo altare centrale e sulla parte laterale  un’ unica panca  in muratura per il coro della parrocchia.

E’ Domenica.

Intravvedi tra la vegetazione delle sagome colorate, si muovono e compaiono a frotte nelle radura antistante la Chiesa.
Sono i fedeli, vestiti a festa per la celebrazione della  Eucaristia.
Si dispongono in ginocchio serrati in due file: i maschi a  sinistra preceduti dai bambini più vicini all’altare, a destra  le donne con le piccole allineate nelle prime posizioni.

Tutte portano il fagottino sulle spalle: un bimbo

Non vedi banchi, nessun orpello ma odi gli armoniosi canti che si elevano al MULUNGU, il Dio di tutti, ancor più dei poveri.
La loro ricchezza: canti di voci soavemente intonate, accompagnate dai tipici tamburi di pelle di capra, che coronano, come fossero un’orchestra, quell’armonia che riempie il silenzio intorno e poi… sale al cielo.

La  piccola città

Dicono: andiamo in città!
Cosa appare alla tua mente: un agglomerato con case, strade, illuminazione e servizi.
Non cosi’.
La strada principale  della città si presenta larga, l’unica governativa asfaltata; lungo i bordi si accalcano decine e decine di abitanti per acquistare cosa? Per lo più cibo!
Li’ accovacciata, allineata, la gente del posto vende i prodotti della terra, sulla terra rossa: mango, mango, mais; prodotti allineati a piramide con cura e precisione.
E’ il mercato. Per tutto il giorno, sino a sera, giorno che per la gente del  malawi ha inizio alle cinque del mattino e termina all’ imbrunire, quando  il sole gradualmente lascia spazio alla penombra e al buio illuminato da un cielo nero splendente di grandi e luminosissime stelle.
E’ sera!

Il cielo africano

Si’, il cielo in Africa è nero, grande, immenso; spiccano miriadi di stelle, costellazioni chiaramente localizzabili, come se osservassi da un telescopio ad ampio raggio.
E’ meraviglioso osservarlo, ti pare di non averlo mai visto  in tanta  bellezza.
Lo scenario intorno povero, poverissimo, presenta costruzioni in muratura, che si alternano a baracche realizzate con materiale di risulta: cartoni, plastica, stagno; nulla è inutile, tutto può servire per ripararsi dal sole cocente o dalle frequenti ed improvvise piogge.

Le donne

Le donne erette, portando sul capo cesti ricolmi di ogni sorta di prodotto o contenitori di latta straripanti d’acqua, ritornano dal lavoro dei campi e, si affrettano tra la mercanzia con i piccoli avvinghiati alla schiena, raccolti negli zambia: ritornano alla loro niumba.
Sono agili nell’ avvolgere i loro piccoli, che sono sempre li’, tranquilli;  i bimbi dormono, mangiano, sicuri, adagiati sulle spalle della loro mamma; inseparabili, in comunicazione costante, ed ogni loro necessità è soddisfatta da movimenti attenti, accorti, immediati.
Raro sentirli piangere se assicurarti  nei marsupi, come i piccoli dei canguri dell’Australia .

Scuola a Chingùo

Chingùo, una distesa verdeggiante  tra campi di granturco; qualche capanna s’ intravede tra cespugli carichi di gemme appena spuntate per le recenti piogge.
Due caseggiati lunghi, rettangolari, un tetto di lamiera, un porticato ed otto ingressi senza porte dalle quali  s’ intravede la penombra.
Ecco, il Master ed i maestri sono seduti sul battuto antistante uno degli usci.
Nessuno : vacanza !
Le grandi aule, nelle quali la luce del giorno fatica ad entrare da  finestroni realizzati, alti sulle pareti, con blocchi forati   di cemento tinteggiati di bianco,  sono vuote; sono occupate dai pochi addetti alle iscrizioni per le votazioni che si terranno  durante il mese di maggio.
Si’, per votare bisogna iscriversi tre mesi prima, nelle sedi elettorali. Non c’è anagrafe, non si conosce che il numero approssimativo della popolazione dei villaggi del Malati; tanti nascono e tanti muoiono senza che se ne porti il conto, nessuno che ne registri l’evento.
Il Master, un uomo di statura media, vestito all’ europea, che saluta gentilmente : Mulibuangi!
il numero approssimativo della popolazione dei villaggi del Malati; tanti nascono e tanti muoiono senza che se ne porti il conto, nessuno che ne registri l’evento.
Il Master, un uomo di statura media, vestito all’ europea, che saluta gentilmente : Mulibuangi!

Gli studenti

Quanti! Sono tanti ed è solo una scuola che raccoglie parte dei bimbi delle capanne vicine.
Mille occhioni ti osservano; molti, laceri, stringono tra le mani degli stracci nei quali sono ripiegati un quaderno (10 fogli per tutto l’anno, il quaderno che il governo fornisce) ed una penna.
I più fortunati, pochi, indossano la divisa scolastica, blu e bianca, che è costata alla famiglia un sacco di prezioso  granturco .
Ad  un sol cenno del master, tutti seduti per terra, sull’erba sotto la chioma di un gigantesco baobab .
Uno scambio di convenevoli ed appuntamento al prossimo martedi’: l’incontro con gli alunni.

Scuola

Giorno 22: ci aspettano!
Questa mattina grande incontro alle 10,00:  gli alunni  della scuola di Chingùo ci attendono.
Percorriamo una strada sterrata, rossa, che si delinea informe ed irregolare tra le piante di granturco, unica risorsa, e gruppi di capanne, scure, povere.
Il caldo, la pioggia, la mancanza d’acqua, tutto contribuisce a rendere quei villaggi primitivi, quasi primordiali.
Lungo il sentiero carrozzabile sfilano biciclette sormontate da ogni genere di carico, enorme di portata, e le donne erette, con maestria, portano sul capo, con gran destrezza, i loro recipienti carichi di ogni sorta di prodotto: mango, legna, acqua, carbone, granturco.
Ci siamo quasi! Ecco, s’ intravede una massa di ragazzi grandi, piccoli, piccolissimi.
Sono tanti, si accalcano intorno: fa caldo, non si respira!
Timidi osservano, guardano, si stringono tutt’intorno, rimangono ammassati  facendoti corona sino alla scuola.

Sono bambini, basta poco: un sorriso, una mano tesa  e la timidezza scompare!
Sono bellissimi: zikomo, zikomo e la festa comincia.
I più piccoli sono i più intraprendenti: comincia l’allegria.
In tanti salutano, ti porgono la mano, non una, tante; si fanno largo per starti vicino!
Ora sei tu che osservi, guardi, rifletti.
E’ in quel momento che desidereresti scuotere il mondo per venire incontro alle loro semplici necessità.

Ci vuol cosi’ poco!

Non hanno nulla : sono felici!
Mostrano i loro lavori scolastici realizzati in paglia, con canne  o legno intagliato; fogli disegnati, fogli di quadernoni ricevuti dalle scuole italiane gemellate.
Dicono GRAZIE! Di cosa?  Con un po’ di buon senso dovremmo noi ringraziare loro; ci mostrano la vera gioia di vivere : la gioia dei poveri!
Segue uno scontro tra due squadre di calcio maschile: una partita di calcio in una radura ampia , un campo regolamentare per dimensione ( di certo lo spazio non manca in Africa). Tutti, sempre a piedi nudi, guadagnano il terreno avversario colpendo il pallone come se ai piedi avessero scarpe chiodate, felici di aver ricevuto un pallone nuovo e delle divise per le squadre.

La mattinata si conclude con una partita di pallacanestro tra ragazze snelle, slanciate che, a piedi nudi, corrono con agilità di gazzelle  per aggiudicarsi il punteggio.
Tutto manca, ma  non il desiderio di essere artefici del proprio futuro.
Il mal d’Africa?  C’è chi crede e chi non crede esista.
Provate ad andarci, non come turisti, tra loro, e saprete !

La missione: un’oasi

Il resto, case in muratura con tetti di lamiera e tutt’intorno terra battuta ben spazzata che mostra minuscoli solchi prodotti da piccole ramazze senz’asta, realizzate con fili di giunco, assemblati e legati  da fasce vegetali.
Il resto nulla, solo capanne che compaiono tra la ridente vegetazione spontanea.
Più in là, seguendo la strada provinciale, una radura nella quale, disposte con ordine, s’intravedono costruzioni grandi, recintate, ordinate: ecco,  è li’ un missionario!
Ha  realizzato un’ oasi : scuole, falegnameria, laboratori  per meccanici, sale per le catechesi e la formazione spirituale della gente,  un piccolo ospedale, un centro per bambini denutriti ed una chiesa.
Tutto cambia! Intorno alle case degli operai trovi persino piante fiorite, un orto, il pollaio, un mulino e quanto l’economia della missione è in grado di realizzare per aiutare  la gente a crescere .
Ci sarebbe tant’altro da descrivere e raccontare. Mi fermo qui!
E’ lo spontaneo diario dei primi giorni!
… e gli altri? … l’ opportunità di riflettere !